Eppur si muove…

Se è difficile poter spiegare la voglia che ha un paraplegico di tornare a camminare é ancor più difficile pensare di poterla misurare.
Questo sembra essere stato il quesito che si sono posti alcuni ricercatori dell’università di Irvine, California, che in un recente articolo (Cramer et al., Exp Brain Res, 2006) hanno riportato i dati raccolti da una serie di esperimenti condotti su un gruppo di soggetti che presentavano da più di un anno una tetra-paraplegia completa.
Lo studio é iniziato sottoponendo gli individui ad un esame radiologico di risonanza magnetica funzionale del loro cervello, nel momento in cui veniva chiesto loro di immedesimarsi in un filmato che mostrava un piede seguire una particolare sequenza di movimenti. La risonanza magnetica funzionale, esame non invasivo che non necessita di un mezzo di contrasto, permette di visualizzare, su una scala temporale estremamente fine, le variazioni dell’ossigenazione delle regioni corticali, variazioni che si considerano in stretta relazione con il grado di attività delle regioni stesse. Quindi, quanti più neuroni del cervello sono attivati nell’esecuzione di un compito, tanto più intenso risulterà il segnale rilevato in quello stesso momento dall’apparecchiatura.
Dal giorno successivo l’esperimento proseguiva con un ciclo di sedute durante le quali veniva chiesto al soggetto di eseguire quotidianamente a casa propria l’esercizio mentale di muovere un piede seguendo lo schema delle immagini riproposte da un PC.
Al termine della settimana di allenamenti è stata eseguita una nuova risonanza magnetica funzionale e sono stati messi a confronto i risultati con quelli ottenuti prima dell’esperimento e con quelli provenienti da 10 soggetti privi di disabilità che avevano seguito lo stesso ciclo di esercizi.
I risultati ottenuti hanno mostrato che l’esercizio aumenta l’attivazione di una regione del cervello associata con l’apprendimento motorio e che questo avveniva nei soggetti di controllo ma anche nei tetra-paraplegici che, al contrario dei primi, non potevano eseguire nessun movimento volontario del piede durante la fase di memorizzazione del gesto.
Questo lavoro scientifico ci da la prova sperimentale che dopo una lesione spinale completa, immaginare (e forse anche sognare?) di camminare determina un aumento del metabolismo di alcune cellule del nostro cervello.
Alcune differenze comunque permangono rispetto ai soggetti di controllo. Al riguardo, altri studi hanno dimostrato come in seguito ad una lesione spinale avvengano dei cambiamenti a livello della corteccia cerebrale: alcuni neuroni del cervello, normalmente destinati all`inizio volontario del movimento delle gambe, vengono utilizzati nel tetra-paraplegico per il controllo dei muscoli al di sopra del livello di lesione.
Una lesione al midollo spinale comporta quindi una ridistribuzione dei compiti delle cellule cerebrali incaricate di azionare volontariamente i nostri muscoli.
Un ripetuto allenamento nell`immaginare la realizzazione di esercizi con gli arti inferiori riavvicina la partecipazione del cervello, nell’ideazione di un movimento, a ciò che avveniva prima della lesione.
Questo dato conferma la necessità di mantenere una rappresentazione mentale degli arti plegici e allenare il pensiero di muoverli quale possibile strumento riabilitativo.
Se in futuro, infatti, saranno disponibili terapie capaci di risabilire i contatti interrotti da una lesione spinale sarà necessario riconvertire al loro fisiologico ruolo le cellule del nostro cervello deputate al controllo degli arti inferiori e che in seguito al disuso sono state destinate ad altro.

dicembre 2006

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