A partire dal suo lavoro di tesi sperimentale eseguito presso il laboratorio Spinal, Nejada Dingu vorrebbe approfondire i meccanismi che provocano il dolore neuropatico conseguente ad una lesione al midollo spinale.

Nejada Dingu espone la propria tesi

Nejada Dingu espone la propria tesi

Ho incontrato Nejada Dingu alcuni giorni prima della discussione della sua tesi di laurea. Ha frequentato il Corso di Laurea Magistrale in Biotecnologie Sanitarie presso la Facoltà di Medicina dell’Università degli Studi di Udine. Ha completato il suo progetto di tesi sperimentale interamente svolto nel laboratorio Spinal di Udine e, lo scorso 18 aprile 2013, presso l’ateneo friulano ha difeso la tesi dal titolo “L’attivazione dei circuiti locomotori spinali modula l’eccitabilità del midollo dorsale”.
Nejada è la sesta persona che fa una tesi sperimentale di ricerca presso il laboratorio SPINAL. Avevo intervistato Nejada Dingu al suo arrivo e avevo notato un atteggiamento di grande serietà verso lo studio, una modalità che si è dispiegata visibilmente nei 12 mesi successivi di internato full time.

All’inizio della nostra conversazione ho parlato con lei del particolare clima che si vive nel Laboratorio Spinal: sono rimasta colpita dal tipo di rapporto che intercorre tra le persone che studiano e fanno ricerca in laboratorio: sono molto vivaci, ugualmente coinvolte e interessate. Si ricava la convinzione che tra di loro ci sia un continuo e fitto scambio di idee, che ci siano discussioni in merito a quanto ricercano.
Sì accade di continuo ed è molto bello confrontarsi, anche perché abbiamo esperienze di studio diverse.

Vi sottoponete l’un l’altro i problemi che incontrate durante gli esperimenti?
Sì, sempre. Parliamo dei problemi che incontriamo in un esperimento e cerchiamo di individuare una possibile soluzione. E’ una situazione ricchissima e ovviamente il clima lo crea prima di tutti il dottor Taccola.

Noto che il Laboratorio sta vivendo un periodo di particolare rigoglio: oggi sono presenti cinque persone molto interessate e coinvolte, determinate a continuare la propria strada nella ricerca di base. Anche tu sei determinata a continuare in questa direzione, vero?
Sì, dopo la tesi ci sarebbe la possibilità di trascorrere un periodo all’estero presso il laboratorio del Dott. Ronald Deumens dell’Università di Louvain in Belgio, dove avrei l’opportunità di lavorare con modelli preclinici. Qui ad Udine ho lavorato su modelli in vitro, quindi sarà un arricchimento per me e per il mio bagaglio di esperienze e rappresenterà un notevole passo in avanti per finalizzare il lavoro svolto presso il laboratorio SPINAL. Una volta ritornata, poi, vorrei sostenere l’esame di ammissione per il dottorato SISSA.

Parli al condizionale: perché dici “ci sarebbe la possibilità, avrei…” ?

Logo dell'Università Cattolica di Louvain, Belgio

Logo dell’Università Cattolica di Louvain, Belgio

Al momento non ci sono fondi disponibili o altre risorse per permettermi questo soggiorno all’estero. Avevo preso in considerazione anche diversi grant europei (borse di studio, sovvenzioni) ma sono stati ridimensionati e le scadenze non coincidono con la data della mia tesi, per cui questo progetto può essere realizzato solo nella eventualità di trovare qualche finanziatore interessato a permettermi di muovere i primi passi nell’ambito della ricerca, ovviamente focalizzando da subito la mia formazione nel campo delle lesioni al midollo spinale. Grazie al sostegno logistico fornito dall’Università di Louvain, la cifra richiesta per coprire la tratta aerea, vitto, alloggio e trasporti nei due mesi di soggiorno risulterebbe anche particolarmente contenuta, circa 1500 euro al mese per un totale di 3000 euro per l’intera durata del mio soggiorno.

Più precisamente che cosa studierai a Louvain, continuerai quello che hai già fatto qui?
Si. Qui ho utilizzato specifiche preparazioni in vitro al fine di valutare in che modo l’attivazione delle reti locomotorie ventrali è in grado di modulare l’attività dei circuiti dorsali, responsabili, tra le altre cose, anche della prima integrazione degli stimoli dolorifici provenienti dalla periferia. Abbiamo cercato di valutare in che modo l’attività del midollo dorsale possa essere regolata in un’ottica di possibili strategie terapeutiche per alleviare il dolore neuropatico. Tutto questo si colloca all’interno di un progetto più ampio seguito anche dal gruppo del dottor Ronald Deumens dell’Università di Louvain, in Belgio.

Quindi nella tua tesi che cosa hai difeso?
Nella mia tesi è stato per la prima volta utilizzato un innovativo dispositivo ideato da Giuliano Taccola e realizzato da John Fischetti che, nell’ambito della sperimentazione in vitro, permette di movimentare ritmicamente gli arti posteriori e, simultaneamente, di monitorarne gli effetti a carico del midollo spinale. E’ stato da noi dimostrato come l’intenso esercizio sia in grado di facilitare l’attività locomotoria spinale e, allo stesso tempo, modulare l’integrazione degli stimoli dolorifici afferenti dalla periferia.

Mi sembra di intendere che la riabilitazione funzioni come un farmaco, quale allora la dose ottimale?
Le più recenti e moderne tecniche di neuroriabilitazione prevedono che in alcuni casi di lesione del midollo spinale le persone vengano sottoposte ad un intenso esercizio locomotorio. Il soggetto viene posto su di un tapis roulant, sorretto da imbragature, per lo scarico del peso corporeo, mentre il movimento alternato degli arti viene riprodotto con l’assistenza di terapisti o tramite l’ausilio di un esoscheletro robotizzato. Ad oggi, però, non è noto, ad esempio, quali debbano essere il numero e la frequenza delle sessioni di esercizio, così come la durata e intensità delle singole sedute, al fine di ottenere un risultato ottimale. In tal senso, quindi, il nostro studio si rivela un valido modello sperimentale in vitro che permette di applicare in maniera graduata e riproducibile la “dose” efficace di esercizio.

E come può l’attività fisica indurre tutto questo nel midollo spinale?
L’utilizzo del nuovo dispositivo da noi realizzato permette di evocare le informazioni sensoriali a livello dei tessuti periferici (quali cute, muscoli e articolazioni) generate dallo spostamento degli arti durante il passo. E’ noto che le informazioni di ritorno al midollo spinale hanno un significato di controllo per adattare la locomozione alle condizioni dell’ambiente in cui ci spostiamo (basti pensare ad eventuali variazioni del terreno, come un ostacolo od una buca). Dal mio lavoro di tesi, risulta però che informazioni evocate in periferia durante la locomozione possono esercitare anche un effetto di rinforzo dell’attività del CPG spinale, che si mantiene anche al termine della sessione di esercizio. Inoltre, queste informazioni potrebbero essere in grado di ridurre la probabilità che un impulso dolorifico raggiunga il sistema nervoso centrale. Da un punto di vista molecolare, è stato osservato che l’attivazione del CPG locomotorio, ad esempio tramite sessioni regolari e protratte di esercizio motorio, è in grado, da una parte, di incrementare il rilascio di specifiche molecole endogene che agiscono a livello dei circuiti dorsali mediando un effetto analgesico, dall’altra, di ristabilire i livelli basali di determinati fattori di crescita neuronale, che risultano ridotti in seguito all’insorgenza del danno. Il fatto che l’effetto dell’esercizio si mantenga a lungo anche in seguito alla cessazione del trattamento, fa supporre che, oltre ad indurre il rilascio di specifici fattori, possa determinare anche cambiamenti nel medio-lungo termine come modificazioni dell’espressione genica.

Ed immagino che da qui si dischiuda tutta una prateria di interrogativi e domande…
Esattamente, abbiamo descritto un processo neurofisiologico, ma solo la comprensione dei meccanismi alla base del fenomeno ci permetterebbe di individuare eventuali terapie farmacologiche o molecolari. Siamo determinati a proseguire l’indagine di questo aspetto in laboratorio ma nello stesso tempo vorrei subito provare a testare la validità di queste mie prime osservazioni in condizioni sperimentali più vicine a quelle del dolore neuropatico.

Ah, adesso capisco perché c’è una così grande attesa per gli esperimenti preclinici che farai a Louvain…quanto tempo pensi di stare via?
Due mesi

E poi torni e ti prepari per l’esame di dottorato alla SISSA…

Hai letto le ultime statistiche? Sembra che qui in Italia non ci siano più posizioni qualificate per i laureati e i media vogliono quotidianamente comunicare che quello della fuga sia il destino scritto per i nostri giovani migliori. Tu sei una degli studenti più talentuosi del tuo corso, cosa ti lega qui o ti fa pensare di restarci per realizzare qualcosa di importante?
In questi mesi di internato ho frequentato un contesto scientifico estremamente ricco e dinamico che mi ha portato ad una notevole crescita personale e mi ha fornito un primo scorcio sul mondo all’interno del quale sarei felice di muovermi anche in un prossimo futuro. Credo che non sia indispensabile lasciare l’Italia per perfezionare la mia preparazione post-universitaria, dato che nel territorio è presente un centro di fama internazionale come la SISSA. Sono quindi convinta che questo Paese offra alcune possibilità ma che spetti al singolo saperle cogliere e sfruttare a proprio vantaggio, senza illudersi di trovare “l’oro” all’estero.

Nejada ha 25 anni.
110 e lode.
Ci aspettiamo molto da lei.

Giuliano Taccola

Giuliano Taccola

Due domande a Giuliano Taccola

Giuliano, proponendo ai nostri giovani migliori come Nejada di essere arruolati in progetti di collaborazione con altre e prestigiose realtà di ricerca, non hai paura che così li farai scappare?
Nejada ha conosciuto ed apprezzato il nostro modo di lavorare qui e le prospettive di sviluppo che ci siamo posti per il futuro. E’ bene per lei conoscere cosa fanno in altri centri di eccellenza europei perché, ne sono sicuro, questo le farà affrontare con molto più entusiasmo e senza inutili complessi la sua formazione post laurea con noi. E poi ha anche l’alettante prospettiva di trasferire nel nostro laboratorio alcune delle cose che imparerà. In questa fase il laboratorio è molto giovane, rappresenta un insieme che cresce nella misura in cui crescono le individualità che lo compongono, armonizzate tutte verso un comune obbiettivo scientifico. La mobilità dei ricercatori crea un fertile interscambio, (abbiamo viaggiato un po’in questi anni) che dilata i confini del nostro laboratorio ed aumenta le potenzialità e l’arsenale di tecniche sperimentali con cui possiamo affrontare i problemi scientifici, a tutto beneficio della verifica e dell’eventuale applicabilità delle nostre idee. Purtroppo, però, sono sempre meno le risorse necessarie ad alimentare questo percorso virtuoso ed, in epoca di tagli, sono le prime spese ad essere considerate ‘accessorie’, trascurando il loro impatto positivo.

Quali sono le opportunità che offre il nostro Paese? Avverto che il clima comunicato oggi agli studenti è sicuramente preoccupante: sembra voler dire loro che in Italia non si possa fare nulla di buono e bisogna fuggire per meritarsi un cervello. Si deve riconoscere, però, che in Italia esistono realtà di rilievo, come la SISSA di cui il nostro laboratorio fa parte, dove i giovani, posti a contatto con motivati ed esperti docenti e calati in un contesto internazionale, possono svolgere Ricerca di avanguardia. E’ un’esperienza, anche quadriennale, che permette di ottenere un titolo molto ben spendibile all’estero, generalmente corredato da una ottima produzione scientifica su riviste internazionali, che rende la persona, al termine del percorso, competitiva con i suoi colleghi internazionali.

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